Luci Barocche
Giovedì 28 maggio 2009 • 21:00
Nell'ambito del Circuito Lombardo di Musica Antica
Pavia, Aula Magna del Collegio Ghislieri


Fireworks Music
Händel - Musica per i reali fuochi d'artificio





Note di sala

Quando Handel presentò a Re Giorgio II d’Inghilterra la prima stesura della “Music for the Royal Fireworks”, questi notò che la partitura comprendeva anche gli archi, mentre egli voleva un grande pezzo per soli fiati, visto che si trattava di una celebrazione militare (la Pace di Aquisgrana firmata il 7 ottobre 1748) anche perché questa musica andava suonata all’aperto su un palco nel londinese Green Park (St. James’s Upper Park) appositamente costruito per l’occasione dal famoso architetto teatrale francese Giovanni Niccolò Servandoni. Il Re ordinò dunque di riscriverla per un organico di soli fiati e timpani. Handel, che sapeva ben arrangiare le sue cose, si limitò a cancellare dalla stessa partitura la dicitura “violino, viola, violoncello…” ecc, senza cambiare una nota, e segnò, cosa eccezionale, il numero di strumenti a fiato che voleva avere per ogni parte: 24 oboi, 12 fagotti, controfagotto, 9 trombe, 9 corni, 3 timpani. Dopo un’imponente prova, a cui assistettero 12000 persone, un incidente causò l’incendio del palco (gli esperti dei fuochi d’artificio erano venuti da Bologna!…) ed il grande spettacolo atteso per il 27 aprile 1749 fu annullato. Un mese più tardi, Handel utilizzò esattamente la stessa partitura per un concerto di beneficenza presso il Foundling Hospital, questa volta con una grande orchestra che comprendeva anche gli archi. La nostra esecuzione si rifà dunque a questa versione, che probabilmente corrisponde alla stesura originale del maestro di Halle.
Per questa grande composizione celebrativa Handel realizzò una suite di stile francese con un’Ouverture e quattro movimenti tra cui spiccano La Paix (un largo alla siciliana) e La Réjouissance (una brillante fanfara) che si collegano direttamente all’occasione politica della firma della pace di Aquisgrana e sono incorniciati da più tradizionali movimenti di danza: una bourrée e un minuetto conclusivo in due parti.
I cosiddetti Concerti a due Cori (1746/48) hanno in comune con la Music for the Royal Fireworks (1749) l’organico (grande orchestra con molti fiati) e l'epoca di composizione, quella di un Handel maturo, anzi più che sessantenne; di fatto sono considerati insieme ai Fireworks le sue ultime composizioni orchestrali.
Il titolo di Concerti a due Cori, con il quale sono comunemente conosciuti, non è originale: lo dobbiamo al musicologo Friedrich Chrysander, il primo a pubblicarli negli opera omnia haendeliani alla fine dell'Ottocento. Non è un titolo sbagliato e di fatto la tecnica di scrittura si gioca tra due cori di strumenti a fiato che costituiscono una specie di concertino a due teste, e un coro orchestrale che funge da concerto grosso. Il titolo dato all’HWV 332 dal copista di Handel John Christopher Smith senior è Concerto made from Choruses. E infatti questi pezzi strumentali utilizzano molto materiale dei pezzi corali composti precedentemente da Handel per i suoi grandi oratori quali The Messiah, Belshazzar, Esther, Alexander Balus, Semele, Occasional Oratorio e dall’opera Ottone, secondo una pratica molto abituale per il compositore. Recentemente è stato appurato che questi concerti furono concepiti come intermezzi strumentali all’interno di grandi oratori, nel segno della tradizione inglese di musica entr’acte, in particolare il concerto HWV 332 in Joshua, l’HWV 333 in Alexander Balus, tutti eseguiti per la prima volta nel Teatro Reale del Covent Garden in coincidenza della grande stagione degli oratori haendeliani degli anni Quaranta del Settecento. La scrittura di queste musiche combina una serie di componenti distinte, come quella dell’ouverture alla francese, di elaborate fughe, di larghi ed adagi espressivi, di fanfare che richiamano la caccia. Molti movimenti si concludono con grandi adagi che evocano l’amen o l’alleluja finale dei grandi cori della musica sacra. In queste composizioni Handel sprigiona una grande fantasia nel combinare i tre cori strumentali (legni, ottoni e archi), mantenendo per ciascun gruppo delle aree indipendenti anche per gli strumenti solisti; all’interno di questa scrittura monumentale infatti vengono comunque ritagliati degli spazi di particolare virtuosismo, soprattutto per gli oboi, il fagotto e i corni.

Angela Romagnoli